IL PRINCIPE ROSSO DEL MONFERRATO

“Se qualcuno a Castagnole Monferrato vi offre il Ruchè, è perché ha piacere di voi”. Questo è lo slogan che accoglie il visitatore entrando a Castagnole Monferrato, zona d’elezione del grande rosso piemontese, insieme ad altri soli sei comuni astigiani: Montemagno, Grana, Viarigi, Refrancore, Scurzolengo e Portacomaro. Il Ruchè è sempre stato il vino più amato dagli abitanti di queste vallate; il vino delle “grandi occasioni”, legato ai momenti belli della vita, non certo un vino da vendere a chiunque, al mercato, ma un vino di famiglia, da offrire alle persone care. Nel tempo il Ruchè ha mantenuto questi tratti di vino della festa, delle grandi occasioni in cui si ritrovano parenti e amici lontani.

Il Ruchè è unico nel suo genere, un raro esempio di uva rossa aromatica; produce vini che non si possono confondere con nessun’altra varietà, vini di grande fascino e raffinati, tanto da essere definito “il Principe Rosso del Monferrato!.

IL VITIGNO

Aspetto: Il Ruchè è caratterizzato da un grappolo medio-grande o grande, cilindrico allungato con ali ben sviluppate, mediamente spargolo. Acino di medie dimensioni, da sferoidale a ellissoidale, con buccia molto pruinosa, di colore blu-nero violetto.

Colorazione autunnale delle foglie: arancio (tra il rosso barbera e il giallo grignolino).

Germogliamento: medio precoce (seconda decade di aprile).

Maturazione (vendemmia): medio-precoce (fine settembre).

In vigna: il Ruchè è una varietà particolarmente rigogliosa, produce molte foglie e cresce molto velocemente. Per questo da maggio a luglio genera moltissimo lavoro in vigna. In parte, è per questo se nei secoli scorsi si diffuse meno di altre varietà, essendo più difficile da coltivare a mano di altre uve. Buona produttività, soggetta però a una certa alternanza.

Resistenza: abbastanza vigoroso, viene considerato vitigno assai resistente alla peronospora; l’uva giunge a maturazione rapidamente e, quando è molto zuccherina, è soggetta agli attacchi delle vespe e delle api che lo amano in modo particolare; il Ruchè teme le primavere fredde e piovose.

 

IL VINO

Agli occhi: colore rosso rubino tendente al rosso porpora; da giovane possiede notevoli riflessi violetti che si trasformano, con l’invecchiamento, in nuance granate e aranciate.

Al naso: delicatamente floreale (rosa, iris, lavanda), speziato (pepe nero, menta, coriandolo, cannella, noce moscata), con un mix di aromi fruttati a bacca rossa.

Al palato: secco, dotato di una buona complessità aromatica; i tannini sono fitti, ma mai aggressivi, e l’acidità non è mai eccessiva. Armonico e morbido, floreale, sempre col suo tratto inconfondibile speziato e con intensi aromi di frutti di bosco.

Caratteri particolari: è raro e prezioso! Non solo la sua pianta è unica, ma anche le sue uve. Con acini dolci, che maturano rapidamente, quella del Ruchè è una delle prime vendemmie. 

Personalità: la sua uva produce vini che sono impossibili da confondere con altre varietà. Il Ruchè ama le colline, dà il meglio di sé in terreni calcarei, asciutti e ben esposti; i suoli più sciolti e poveri (non fertili) ne migliorano la naturale fragranza.

 

DISCIPLINARE

Ampelografia: Ruchè: minimo 90%; con Barbera e Brachetto da soli o congiuntamente a un massimo del 10%.

Resa: 90 q.ls/ettaro

Gradazione alcolica naturale minima: 12,5% vol.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TERRITORIO 

Zone di produzione: comprende l’intero territorio dei seguenti comuni in provincia di Asti: Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi.

 

Le diverse espressioni dei suoli 

I Ruchè possono variare in base alle caratteristiche delle zone di produzione: se i Ruchè di Scurzolengo, grazie ad un suolo più povero, calcareo e gessoso, sono più fruttati, leggeri e con una colorazione più violacea, quelli di Castagnole Monferrato sono più floreali, ricchi e strutturati. 

 

PRIME NOTIZIE STORICHE 

Il Ruchè di Castagnole Monferrato è oggi un vino di successo, tutelato dalla DOCG, ma al contrario di altri vini piemontesi gli studi sulle sue origini sono molto recenti e risultano ancora incerte, tanto da spingere alcuni a definirlo “vino del mistero”. C’è chi ha ipotizzato che lo avessero portato qui dalla Borgogna i monaci cistercensi nel 1100 d.C., ma è ormai certo che il Ruchè sia indigeno del Piemonte. Un recente studio del DNA ha, infatti, smentito questa ipotesi, dimostrando che il Ruchè è strettamente imparentato con due vitigni tipici del nord Italia, la Croatina e la Malvasia aromatica di Parma, oggi estinta.

Le uve del vitigno Ruchè, conosciute da sempre in questa zona, venivano consumate come uva da tavola oppure, in virtù del loro aroma delicato e fragrante, utilizzate per tagliare e ingentilire altri vini o ancora per produrre un vino dolce da assaporare in famiglia.

Quello che è certo è che se oggi possiamo apprezzare questo vino (un vino unico nel suo genere, che nessun appassionato dovrebbe perdersi), lo dobbiamo a un parroco di campagna: don Giacomo Cauda. Prima di lui il Ruchè era solo un vino dolce; è stato Don Cauda, alla fine degli anni ‘60, il primo a credere nelle potenzialità del Ruchè e a produrlo secco, in purezza; il primo a vinificarlo e venderlo in bottiglia, tanto che, molto prima dell’avvento della DOC, era conosciuto come il “Ruchè del Parroco”. 

La fede di Don Cauda nel Ruchè era pari soltanto alla sua fede in Dio, al punto che ne iniziò una produzione sistematica e contribuì a renderlo popolare offrendolo durante le feste paesane. Verso la fine degli anni Settanta, insieme al sindaco Lidia Bianco, si impegnò per farne conoscere le qualità, fino a ottenerne la DOC nel 1987. Il Ruchè grazie alla sua originalità ha conosciuto nell’ultimo decennio un successo crescente, consolidato dal prestigioso riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita ottenuto nel 2010.

 

MITI E LEGGENDE 

Don Giacomo, classe 1927, arriva a Castagnole Monferrato come parroco nel 1964. La parrocchia possiede alcune vigne che versano in stato di abbandono. Don Giacomo è di estrazione contadina e quelle vigne trascurate non le può vedere. Comincia così la sua lunga avventura di prete contadino, che regalerà al suo territorio notorietà e fortuna. 

Nato a Cisterna d’Asti, Don Giacomo non conosceva il Ruchè ma viene subito colpito da quell’uva dal sapore gradevole e raffinato, tanto che prova a vinificarla in purezza. Il suo primo esperimento produce la bellezza di ventotto bottiglioni! Assaggia il vino, lo fa assaggiare agli amici, ed è preso dall’entusiasmo.

Ristruttura e pianta vigneti, arriva a gestire dodici giornate (la giornata piemontese equivale a poco più di 3800 mq), di cui otto e mezzo sono di Ruchè (la famosa vigna del Parroco), due di Grignolino, una e mezza di Barbera. S’inventa un’etichetta “Ruchè del Parroco”, in cui campeggia un angelo con le ali aperte. Per anni quel nome e quell’etichetta saranno il segno distintivo del Ruchè.

«Che Dio mi perdoni – raccontava Don Giacomo Cauda nei suoi ultimi anni di vita – se a volte ho trascurato il mio ministero per dedicarmi anima e corpo alla vigna. Finivo la Messa, mi cambiavo in fretta e salivo sul trattore. Ma sono certo che Dio mi ha perdonato perché con i soldi guadagnati dal vino ho creato l’oratorio e ristrutturato la canonica».

Come capita a tutti gli innovatori, in paese all’inizio c’è chi lo considera un sognatore, chi un pazzo, e anche le autorità della Chiesa non vedono troppo di buon occhio il suo impegno in vigna e i suoi debiti con le banche. 

Ma il tempo dà ragione all’ostinazione di Don Giacomo. Negli anni ‘80 il fenomeno Ruchè comincia a diventare realtà, altri produttori seguono il suo esempio e piantano il Ruchè, in molti vogliono comprare e assaggiare quello strano vino misterioso.

Nel decennio successivo il fenomeno esplode, e il Ruchè entra a tutti gli effetti nell’Olimpo dei vini piemontesi.

ORIGINE DEL NOME

Ruchè si scrive con l’accento grave e si pronuncia “rukè” e non “ruscè” come farebbe pensare la vicinanza del Piemonte alla Francia. Sono diverse le teorie sull’origine del suo nome. C’è chi sostiene che derivi da "Rocche", le posizioni collinari più alte, (per via della sua resistenza, tanto da sopportare forti siccità e poter essere coltivato anche su terreni impervi, calcarei e argillosi come quelli delle Rocche), chi invece fa derivare il suo nome da "San Rocco", santo a cui era dedicata la cappella votiva intorno alla quale sorgevano le vigne di Ruchè.

ABBINAMENTI

La sua forza è la piacevolezza e l’eleganza. Può accompagnare tutto il pasto, ed è ottimo l’abbinamento con i piatti tipici della tradizione piemontese come la bagna cauda, la finanziera e gli agnolotti. Perfetto anche con i formaggi saporiti di medio-alta stagionatura (dal Castelmagno alla Toma piemontese) e con i secondi di selvaggina.

Le sue caratteristiche uniche lo rendono adatto ad abbinamenti anche inattesi con piatti provenienti dalle tradizioni più varie, e questo è uno dei motivi del suo successo nel mondo. Succulenza, morbidezza e profondità olfattiva lo rendono facilmente abbinabile a cibi ricchi di aromi; a piatti tipici delle cucine orientali ricche di zenzero e spezie, oppure a piatti piccanti e, per rompere le “regole”, a piatti a base di tonno. La versatilità del Ruchè negli abbinamenti lo rende perciò un vino davvero cosmopolita.

Ottimo anche con “Sushi & Sashimi”, meglio se accompagnati dal Wasabi.

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